La pillola greca
Il governo greco si è finalmente deciso a chiedere formalmente i 45 miliardi di euro messi a sua disposizione già lo scorso 11 aprile da Unione europea e Fondo monetario. Nel frattempo il paese aveva tentato di finanziare il suo debito pubblico ricorrendo alle sole forze domestiche, credendo di poter dimostrare una certa credibilità. L’operazione però non è riuscita.
16 AGO 20

Il governo greco si è finalmente deciso a chiedere formalmente i 45 miliardi di euro messi a sua disposizione già lo scorso 11 aprile da Unione europea e Fondo monetario. Nel frattempo il paese aveva tentato di finanziare il suo debito pubblico ricorrendo alle sole forze domestiche, credendo di poter dimostrare una certa credibilità. L’operazione però non è riuscita. A peggiorare le cose è intervenuta un’ulteriore verifica dei conti pubblici di Atene da parte di Eurostat, che ha alzato le stime sul deficit ellenico nel 2009 dal 12,9 al 13,6 per cento del pil. I tassi di interesse sui titoli di stato sono schizzati verso l’alto.
Probabilmente se Papandreou si fosse deciso a chiedere tempestivamente – sin da gennaio – il sostegno internazionale, con i relativi vincoli, la situazione non si sarebbe deteriorata sino a questo punto. Ora occorre che l’Ue e i governi dei paesi membri deliberino al più presto la concessione del prestito, ponendo in grande evidenza le clausole di risanamento economico e finanziario a cui esso è condizionato. Anche la Germania deve rendersi conto, nonostante le elezioni alle porte, che adesso vi è il rischio di un effetto domino sul debito di Portogallo e Spagna e che quindi è in gioco la credibilità dell’euro. Pure la Bce, che finora si è avvalsa del suo statuto per estraniarsi da questa vicenda, dovrebbe capirlo. In tutta questa vicenda, infatti, di ritardo non c’è solo quello greco, ma anche quello – gravissimo – dell’Europa.